Sergio Fritz Roa__________________________








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–—–—–—–—–—–—–—–—–—–— Recensioni per Aldo La Fata –—–—–—–—–—–—–—–—–—–—
Circa un anno fa ci occorse di leggere una breve novella del cileno Sergio
Fritz Roa. Ci piacque molto: la leggemmo d'un fiato e subito ci
affrettammo a contattare l'autore per complimentarci. Il testo era
scritto in uno spagnolo semplice e ci venne l'idea di farne noi stessi
una traduzione in lingua italiana. L'autore, persona giovane,
intellettualmente vivace e cordialissima, acconsentì. Ma cosa aveva di
così speciale questa narrazione? Uno stile di scrittura semplice, un
pensiero profondo e un afflato poetico. Sì, diciamo l'insieme delle tre
cose. Ma c'era anche dell'altro. C'era verità. Sì, verità. La sincerità
dell'autore, la sua capacità di raccontare senza ombra di falsità o di
artificio retorico la verità creduta, la verità vissuta. Merito
inestimabile oggigiorno quello di dire la verità e non da tutti. Ma non
si può dire il vero senza contemporaneamente denunciare il falso. E
questa novella è anche un libro di denuncia. Denuncia appunto la falsità
di un mondo ridotto a pura finzione e di una vita tenuta in gran conto
nelle apparenze ma offesa costantemente nei fatti; denuncia la grettezza
di una società marcia avviata a grandi passi verso la disgregazione e
il caos. Denuncia in una parola il Male: grottesco ma
vincitore, assurdo e crudele ma trionfante. Almeno nelle apparenze. Il
racconto di Fritz Roa vuole essere anche un esorcismo contro questo
Male. Parole ben spese le sue. Parole sagge e illuminate, rivolte
soprattutto a quei giovani (ormai pochissimi e rarissimi) che hanno
ancora sangue nelle vene e fegato e cuore ben saldi.
Il personaggio di questa novella è un tipo umano diciamo ideale il cui nome, desunto dalla dottrina indiana delle caste, è Kshatriya (gli Kshatriya erano re e guerrieri). La vicenda narrata, ambientata nelle lontane e misteriose terre del Cile, nella forma di sintetiche e poetiche annotazioni lasciate su un diario, è la biografia spirituale del protagonista. Si tratta del percorso iniziatico di un “soldato politico”, di un tradizionalista integrale (in senso evoliano e guénoniano), di un esoterista, ma soprattutto di un animo nobile e cortese, di un moderno cavaliere che, al pari di quello disegnato dal Dürer, ha percorso il suo impervio cammino consapevole di avere costantemente al suo fianco la Morte e il Diavolo. Si è trattato per lui di vincerne innanzitutto la paura. E così alla fine del viaggio, tra misteriosi boschi di aurucarie e inaccessibili montagne, Kshatriya meriterà di entrare nella mitica “Città dei Cesari”, un luogo-non-luogo dove si ritrovano a raccolta gli spiriti eroici dei combattenti di tutti i tempi. Sono coloro per i quali fu più importante vincere la guerra santa contro i propri nemici e mostri “interni”, che abbattere o sconfiggere il loro nemico esterno. Ed è per questi spiriti rari, con la stessa vocazione di Kshatriya, che Giardini di trincee è stato scritto. Aldo La Fata amministra un interessante blog: —–—– |